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Due cose amare e una dolce

Saint Mark’s Hotel

La scala nella hall era nera, mal dipinta. Per questo motivo era bella. Di una bellezza che non lascia dubbi sulla casualità che l’ha fatta rinvenire da recessi per me incomprensibili e quindi irresistibili. Sui corridoi d’ogni piano si affacciavano porte tinteggiate per nasconderne il legno malandato. Erano tutte di colori diversi e ce n’era una, al terzo piano, di colore verde pistacchio, non il frutto ma il gelato.L’odore più forte che permeava muri e moquette era quello di fagioli neri ma addentrandosi nei corridoi si distinguevano anche quelli del pollo condito con ‘sofrito’ e ‘recaito’ e quello più forte di ‘tortillas’ di mais blu che pizzicava la gola.

Ottenuta la chiave dal portinaio salivo a testa bassa sperando di non incontrare qualcuno per le scale e se riconoscevo la chiave della porta verde pistacchio, ero felice perché all’ultimo piano solo quella camera era in affitto. Le altre tre erano adibite una a ripostiglio per le scope, l’altra a guardaroba per la biancheria e la terza non l’ho mai saputo. 

Dalla finestra di quella camera la vista di New York era migliore e io, girata quasi furtivamente la chiave nella porta, entravo in fretta e subito mi concentravo sulle caldaie appollaiate sui tetti dei palazzi di Downtown: qualche volta mi finivo in piedi una sigaretta e solo dopo mi stendevo sul letto abituandomi lentamente alle ombre.

In ogni camera c’erano un letto, un comodino, un comò e una sedia di legno. Nel cassetto di ogni comodino c’era una bibbia nell’edizione di King James. La mobilia era consunta ma non sempre dozzinale, diversa in ogni camera e talvolta odorosa di lucido a cera. Nella camera dalla porta verde pistacchio, il comò con il grande specchio quadrato era di un legno così scuro da ricordare la pittura nera delle scale e il lucido sui bordi dei cassetti arrotondati dall’usura lasciava l’unto sulle dita. Il letto era di ferro e cigolava. Il sottile materasso affondava al centro, al mattino era faticoso alzarsi.

Nella camera sottostante, invece, il letto di legno era dipinto di rosso sebbene i pomelli screpolati rivelassero tracce di un azzurro indaco. Nel comò bianco, le cerniere dei cassetti erano arrugginite e ogni volta  mi riproponevo di consigliare al portinaio di strofinarvi una candela per facilitarne l’apertura ma poi me ne scordavo. Sul comò non c’era uno specchio e bisognava rassegnarsi alla luce aspra del neon sullo specchio del lavandino che incattiviva i contorni del viso, mutando quel po’ di tenerezza che il proprio volto può suscitare al mattino, in disperazione.

 

Era una camera buia perché la finestra dava sul cortile interno. Era per questo che una parete era  dipinta di celeste? Una sera notai che il copriletto giallo di ciniglia era lacerato all’altezza del cuscino e quando scesi a prendermi un caffè, acquistai ago e filo e la rammendai alla meglio.

Qualche volta, stesa sul letto di ferro della mia camera preferita, modificavo nella mia mente la disposizione dei mobili: spostavo lì il letto di legno rosso della camera al primo piano, sostituivo la coperta a quadretti bianchi e gialli sulla quale ero stesa con quella a righe blu e rosse della camera dal letto senza testata. In compenso, nel cassetto del comodino marrone, invece della bibbia, c’era una copia di “Foglie d’Erba” di Walt Whitman e per quante volte c’ero tornata l’avevo sempre ritrovata, forse perché era in tedesco. Di volta in volta decidevo quale abat-jour avrei preferito sulla sedia di legno blu che, nella mia camera preferita, fungeva anche da comodino e allora, in mancanza di un cassetto, non c’era neanche la bibbia.

Una notte m’incontrai sulle scale del primo piano con un turista tedesco. D’istinto gli chiesi d’indicarmi la sua camera. Mi guardò sorpreso, forse pensò che volessi adescarlo ed io mi pentii di essere stata malaccorta. Si stupì, credo, che io perdessi interesse per lui quando col dito puntò una camera in fondo al corridoio: almeno per quella notte “Foglie d’Erba” era al sicuro.

Saint Mark’s Hotel

The staircase in the hall was black, badly painted. And beautiful, though casually, like the gesture of hair brushed back on a forehead opening onto a face caught in a smile of relief.  To hide their bad wood, the doors facing each other on each floor were painted. Each was a different color and on the third floor there was one pistachio green, not the fruit but the ice cream.

The strongest smell, permeating walls and carpet, was that of black beans but going down the halls, one would distinguish also that of chicken sizzled with “sofrito” and “recaito” and the stronger one of blue corn tortillas that pinched the throat. The language spoken was Spanish with a Salvadorian accent, and only rarely Dutch, German, or Italian: an intrusion these last languages.

Once I obtained the key by the concierge I would go up the stairs head down, hoping not to meet anyone and if I recognized the key of the pistachio door I was happy because on the last floor only that room was for rent. The other three were one for the linens, the second for the brooms and the last I never knew.

In every room there was a bed, a night table, a  dresser, and a wooden chair. In the drawer of each night table there was a bible in the King James edition. The furniture was worn but not always ordinary, different in every room and sometimes fragrant of wood polish. In the pistachio room the wood of the dresser with the big square mirror was so dark it recalled the black paint of the stairs and the polish on the edges of the dresser's drawers rounded by wear and tear would leave grease on the fingers. The bed was made of iron and it squeaked. The mattress was thin and it sunk in the center. It was hard getting up in the morning.

On the dresser there wasn't a mirror and one would need to resign to the sour neon light on the sink mirror, which would embitter the features of the face, changing that little bit of tenderness that one's own face can arouse upon awakening in the morning into desperation.

There was another room in which the bed lacked its headboard. It was dark in there because the window faced an internal courtyard. Was it why a wall was painted light blue? One evening I noticed that the yellow chenille bed cover was torn close to the pillow and when I went down to get a cup of coffee, I bought needle and thread and I mended the tear the best I could.

In that room, on the other hand, in place of the bible, in the drawer of the brown night table there was a copy of “Leaves of Grass” by Walt Whitman and as many times as I had gone back there I had always found it, maybe because it was in German. Each time I would decide which mirror I would hang on the dresser of the room with red bed or which lamp I would prefer on the blue chair which, in my favorite room, served also as a nightstand, and therefore, in the absence of a drawer, didn't host a bible at all. 

One night I met a German tourist on the first floor. Impulsively I asked him to point me to his room. Startled by my question he maybe thought I was trying to lure him. I regretted having been so imprudent. He was baffled, I think, by my sudden loss of interest in him when he indicated a room at the back of the hallway; at least for that night Leaves of Grass was safe.

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