

James Weldon Johnson in Autobiografia di un ex uomo di colore [KC1] scrive:
New York City è quanto di più fatalmente affascinante ci sia in America. Siede come una grande strega alle porte del paese, mostrando il suo seducente viso bianco ma nascondendo mani e piedi storti sotto le pieghe delle sue ampie vesti. Attira, instancabile, migliaia di persone da lontano e tenta chi viene dal mare a non andare oltre. E tutti costoro diventano vittime del suo capriccio. Alcuni li schiaccia subito sotto i piedi crudeli; altri li condanna a un destino simile a quello degli schiavi delle galee; alcuni li favorisce e li vezzeggia, spingendoli in alto su bolle di fortuna; poi, con un soffio improvviso infrange le bolle e ride beffarda mentre li guarda cadere.
E qui, invece un frammento di un dialogo in Manhattan Transfer, il romanzo di Jon Dos Passos:
Vai a est per un isolato e poi giù per Broadway e troverai il centro delle cose, se cammini abbastanza a lungo.
Entrambe le affermazioni sono vere e ineludibili: la prima svela la prepotenza della città di New York e i termini del contratto spesso iniquo che incauti stringiamo con lei, la seconda le ragioni che ci spingono a farlo.
Da New York quel che ci aspettiamo lo esigiamo. E se quanto ci eravamo prefissi non accade lo rileviamo con indignata incredulità, imputando a lei, una strega beffarda, le ragioni del nostro fallimento. “New York è fredda”, “ha un cuore di ferro”, “ti lascia a terra sanguinante” sono le frasi consuete del quotidiano in questa città: spiegano la nostra solitudine, la fatica della nostra giornata e il nostro disagio interiore, trovando un perfetto capro espiatorio nell’ingranaggio colossale di autostrade, ponti e metropolitane che ci collegano con inquietante scioltezza a uffici, scuole, negozi, parchi e case.
Eppure, se non scontiamo mai le colpe alla sua beffarda indifferenza, difficilmente resistiamo al suo sinistro potere incantatorio e raramente tentiamo una fuga. Come scrisse John Steinbeck, che, pure, la prima volta che si provò ad abitarci, da New York se ne scappò “sfiancato”: “C’è qualcosa in lei, una volta che ci hai vissuto e che è diventata la tua casa: nessun altro posto va più bene.”
[KC1]Essendo tradotto in italiano, anche se l’edizione è lontana nel tempo, possiamo citare il titolo italiano